Il 29 gennaio sono partita da Nebaj per l’ennesima avventura
in Guatemaya.
Microbus fino a Quiché, sbrigare una questione di lavoro
sempre a Quiché, e poi camioneta per Guate. Punto di incontro il magico regno
del Walmart, un ipermercato, struttura che, vivendo a Nebaj, ti dimentichi che
esista, così che ogni volta che entriamo in uno, e questo è davvero enorme, è
come vedere per la prima volta l’Eldorado, anche se poi ti rendi conto che è
solo l’ansia del consumo che parla. Comunque io e le ragazze del Quiché, le mie
due compagne di avventura, Lavinia e Valeria, abbiamo fatto scorte di viveri
per la scalata, ci siamo concesse salame spagnolo e cioccolato guatemalteco (di
quello buono), che a Nebaj non si trova. Poi a dormire a Guatemala city, anche
se le chiacchiere ci hanno portato ad andare a letto troppo tardi considerando
l’ora della sveglia. 5 am pronti partenza e via per l’incontro con il mitico
viaggio organizzato della Tito Adventures, compagni di viaggio 100 chapines della
capitale; io, le ragazze e un loro amico inglese, Jake, eravamo gli unici
gringos. Come sempre i tempi chapini vanno per le lunghe e nonostante
l’appuntamento fosse alle 6 la partenza è stata intorno alle 8 con tre
camionetas piene di persone assonnate e affamate. Ci hanno fornito la prima
colazione, saggiamente Valeria mi ha detto: “non chiederti cosa c’è dentro e
mangia, che abbiam bisogno di calorie”, e così ho fatto, ma sospetto che
all’interno del panino che ho ingollato ci fosse una tavoletta intera di burro,
senape e del prosciutto. Alle 10 del mattino abbiamo cominciato la scalata,
sono arrivata al campo base alle 17,20, una ora e mezzo dopo le ragazze che
sono delle provette scalatrici evidentemente, ma in seguito ho dato il mio
meglio nella discesa, portata a termine in tre ore di ruzzolamenti vari, uno
dei quali mi ha procurato delle ferite di guerra, di cui addirittura una sul
collo visto che sono caduta a pelle d’orso giusto addosso ad un ramo di milpa.
Dunque, l’Acatenango si trova nelle vicinanze di Antigua ma
fa parte del comune di Chimaltenango, si comincia la scalata nella aldea della
Soledad, miglior nome non si poteva darle; la cima si trova a 3880 mslm.
L’Acatenango si trova unito al vulcano del Fuego sul quale non si può al
momento salire perché erutta in continuazione ed è un’altra cima spettacolare,
molto più appuntita dell’Acatenango.
La scalata è stata un’esperienza incredibile, quasi in
solitaria anche se chiacchierando, nelle pause e fiato permettendo, con tutti i
compagni del mio gruppo. Tito, la nostra incredibile guida, un chapín alto un
metro e 80 (cosa fuori dal comune) ci disse che il corpo si abitua al ritmo
della scalata nella prima mezz’ora, che è indubbiamente una prova del corpo e
della mente. E’ verissimo ciò che si dice delle camminate al limite, come
questa lo è stata per me: il 90% lo fa la mente e il 10% il corpo. So che dopo
il Cammino della Plata dovrei essere un’esperta di questa filosofia, ma questa
prova è stata davvero difficile per me che in salita non do il mio meglio. E’
una continua lotta con se stessi, vuoi abbandonare ad ogni passo ma poi pensi a
cosa ti aspetta in cima, a cosa proverai stando più in alto delle nuvole, a
cosa vedranno i tuoi occhi, al tramonto e all’alba su uno dei tetti del mondo,
e questo, insieme all’ironia, ti porta avanti, le gambe reggono, la schiena
anche. La verità è che siamo state impeccabili nell’organizzazione, vestiti
ridotti al minimo (anche troppo visto il gelo della notte), 4 litri d’acqua,
una colazione, due pranzi e una cena tra panini, pasta fredda, snack,
cioccolato e caramelle.
Al campo base abbiamo fatto amicizia con una delle guide,
Manolo, e dei ragazzi della capitale di vent’anni che abbiamo preso a cuore
come zie e con i quali abbiamo condiviso due risate intorno al fuoco. Appena
cala il sole il freddo è intenso e la respirazione si fa difficile di notte,
nella leggera tenda che abbiamo affitato non ho potuto chiudere occhio, il
cuore mi bombardava il petto e ho avuto paura di non svegliarmi al mattino,
ansie e pensieri ti assalgono quando realizzi dove sei. E manca ancora la cima.
Il tramonto è stato nuvoloso ma rosso come se stesse andando
tutto a fuoco, mi sono coricata alle 20,30 dopo aver cenato ed essermi
riscaldata davanti al fuoco, il sacco a pelo non bastava per proteggersi dal
freddo, mi separava dal suolo un materassino sottile, non trovavo una
posizione, mi mancava l’aria. La sensazione è stata quella di non aver dormito
affatto, il giorno seguente, durante la discesa, una guida chapina mi ha detto
che è normale non dormire, che nemmeno loro che salgono e scendono ogni settimana
riescono mai a farlo, ma il corpo riposa. Alle 4 del mattino Tito ci chiama a
raccolta per l’ultima fatica e la grande ricompensa: la cima. Si esce dalla
tenda vestiti come si è andati a dormire e si comincia a salire al buio
l’impervia parte finale, scivolosa nel primo tratto per la sabbia e i sassolini
e faticosa nell’ultimo pezzo per i massi da superare; tre quarti d’ora circa di
scalata. Si arriva in cima, ancora al buio, il sole sorge verso le 6; l’alba
comincia con una sottile striscia rossa, di fronte a noi la sagoma del Volcán
de Agua si staglia su questo sfondo che comincia a infiammarsi, si illumina il
cielo, si scorge il letto di nuvole, e solo alla fine la palla infuocata del
sole comincia a sbucare da dietro il Volcán de Agua e si fa giorno. Ad Ovest il
gruppo di vulcani del lago Atitlán immersi nelle nuvole è un’altra immagine che
ricorderò sempre, insieme alla nebbia che sale dalle pendici e ti immerge,
quando un momento prima c’era il sole, ti avvolge e cambia forma, va rapida e
vola via, verso la cima. E’ uno spettacolo talmente incredibile che pensi a
quanto sei fortunato ad essere tra coloro che possono dire di averlo visto, non
riesci a crederci, rimane come un sogno e la discesa si fa con una leggerezza
incredibile, liberi da pesi e preoccupazioni. Sono stata sul mio tetto del
mondo, ora posso scalare l’Everest, mi sono detta. E’ un’esperienza che ti fa
prendere coscienza di te, dei tuoi limiti e delle tue possibilità, delle
possibilità che non pensavi di avere, della fortuna di essere vivi, di essere
al mondo, di essere curiosi e di essere liberi, anche solo per quel momento in
cui il cielo prende fuoco e tu senti di avere un posto nel mondo che è lì e in
quel momento, e questo basta. Probabilmente qualcuno vede Dio.
Ovviamente ora sono piena di dolori, ieri sono stata in coma
e mi servirà una settimana per riprendermi, ma è un piccolo prezzo per il tetto
del mondo.