domenica 21 febbraio 2016

Vacanze di Natale in breve – parte I (Guatemaya)

Tre eroi ha questa storia: JJ, altrimenti detto Juanjito, altrimenti detto JotaJota, da Valencia con furore, naturalizzato italiano con il nome di Giovanni Giuseppe; Joana, da Valencia con ardore, altrimenti detta Gioana, naturalizzata italiana con il nome di Giovanna e Clelia, altrimenti detta con tutti i nomi meno che il suo che non sembra avere appiglio sulla popolazione chapina. Vigilia a Nebaj, cena di pollo in casa e faló con cerimonia maya autogestita; Natale a Nebaj, disperati italo-spagnoli in cerca di un ristorante aperto per pranzo, i loro preferiti – Popis, Descanso e Palmarcito – chiusi, i nostri prodi finiscono in una bettola verso il cimitero con un elefante fatto di pneumatici all’esterno, Natale all’insegna di hamburger scadente e telenovelas, siesta. Per non farsi mancare niente altro faló e cerimonia autogestita. Week end post natalizio dimenticabile, tant’è che i nostri eroi non ricordano cosa fecero. Finalmente, 28 Dicembre, partenza verso lidi più soleggiati. Sveglia H4,00 del mattino. La nostra prode Giovanna non sembra risorgere dagli effluvi della sonnolenza – tutto nel’ordine quotidiano delle cose - il prode Juanjo la abbandona alla sua sorte e la povera Clelia spera nella buona sorte e prepara il caffè senza mettere l’acqua. I nostri prodi escono correndo senza il caffè del buongiorno. Direzione benzinaio, camioneta per Cobán, 7 ore e chiappe piatte. I tre dell’ave maria arrivano a Cobán , si salutano al volo – perché in Guatemala tutto va lento meno le camionetas – primo bivio: Joana verso Semuc Champey, i prodi Juanjo e Cleila, altrimenti anche detta la tigre de Nebaj, verso Flores – Tikal, dove la tigre vorrebbe tanto dormire la notte stessa per vedere lo spettacolo dell’alba a Tikal da un’amaca (nei suoi più rosei sogni).  Della nostra eroina Joana non si seppe più nulla per i seguenti due giorni a venire, tanto che i prodi Juanjo e Cleila la dettero per rapita, caduta in burrone, affogata nel fiume, o più semplicemente si pensa che avesse perso il telefono come di consuetudine. I nostri prodi Juanjo e la tigre arrivano a Flores e si trascinano a piedi a Santa Elena, all’ostello Aurora, dopo innumerevoli cambi di micro. Niente Tikal, ma la tigre non perde le speranze, e per prima cosa dopo la doccia e il riposo, parte alla ricerca di cacciagione, che a panza piena si ragiona meglio. Trova un posticino carino, offerta del giorno: 2 piatti di pasta alla bolognese al prezzo di uno. Ci si aggiunge una bella bruschetta e parmigiano a volontà. Tutto buono da leccarsi i baffi, comincia a piovere, la tigre rimane convinta che il cuoco fosse italiano, come sempre quando mangia bene.  I nostri due partono in ciabatte all’esplorazione notturna del luogo, tornano con i piedi bagnati dopo aver guadato una strada alluvionata. Alla tigre non può venire in mente niente di meglio che prenotare uno shuttle alle 4 di mattina che porti i nostri prodi a Tikal, ancora speranzosa di vedere l’alba. Ovviamente lo shuttle arriva alle 5,30 e i nostri prodi, l’alba, se la perdono. In ogni caso alle 7 di mattina, quando cominciano l’esplorazione del parco, di gente ce n’è poca e diciamo che si possono considerare soddisfatti, chi si accontenta gode. I nostri prodi vincono contro una comitiva di 100 giapponesi a suon di scatti di reflex. Tatatatta. Sotto alla piramide più alta incontrano una sessantenne rampante, la rinominata tigre der Chiapas, che gira il Messico all’insegna dello yoga ed è venuta in visita a Tikal per raccogliere le energie di tutti quanti i 7 chakra. Shuttle di ritorno alle h 3,00 p.m. verso el Remate, paradisiaco luogo di raccoglimento meditativo. I nostri eroi battono tutti e due i km di estensione del villaggio, andata e ritorno, in cerca di un hostal con acqua calda e internet, due lussi non concessi, tanto che si sentono ridere in faccia da una chapina che dice: “Acqua calda? Ma se siamo ai Caraibi?”. Potessi farvi vedere le facce dei nostri poveri eroi, che più che eroi ormai sono l’ombra di se stessi, non c’è chakra che tenga. Ritornano al punto di partenza, un hostal senza acqua calda ma con, seppur precaria, connessione internet. La tigre rompe le palle a JJ finché non lo convince ad andare a cenare pizza da un italiano espatriato da 17 anni in questo remoto seppur meditativo e paradisiaco angolo di mondo, e poi alla tigre viene in mente, visto che il sonno è superfluo, di prenotare uno shuttle per il Belize alle 7 della mattina successiva, con la garanzia che non sarebbe mai arrivato alle 7. Così i nostri prodi alla mattina seguente si concedono una ricca colazione a bordo lago e la stanno degustando cuando la seño dell’hostal corre in strada a chiamarli perché lo shuttle per Belize City è arrivato, contro ogni previsione, puntuale. La tigre acchiappa al volo la fetta di pane tostato con nutella come se da essa dipendesse la sopravvivenza di tutta la specie umana e tragugia il caffè. Seduti sullo shuttle. Frontiera. Giù dallo shuttle, coda, visto di uscita, a piedi fino alla barriera del Belize, coda, sole, umidità, caldazza, coda, visto di entrata, di nuovo sullo shuttle.. zzzzz. Belize City, caldo, molto caldo. Non come a Nebaj York che fa freddo, molto freddo, l’umidità li schiaccia ma i nostri prodi sono dei duri veri e vanno a piedi sfidando la canicola fino alla stazione degli autobus perché la loro meta di oggi, 30 di Dicembre, è Hopkins dove si rincontreranno con Joana, se la nostra eroina è ancora viva, ancora non è dato saperlo e con Miguel, un altro valenciano in Guatemaya. Punto di ritrovo Funky Dodo Hostel. Ma qui finisce la prima parte del resoconto di viaggio dei nostri prodi, per sapere se la vita della nostra eroina Joana è a salvo, rimanete con noi nella parte II, altrimenti detta: la terra dei garifuna.

Cuestiones curiosas

Hay tres cosas que no dejan de sorprenderme en este país: la primera entre todas son los carteles publicitarios, después siguen los trabajos inútiles, y al final los viajes en camioneta, de los cuales ya hablé abundantemente yo creo, pero que retomaré detalladamente más adelante en un  sucesivo post sobre las vacaciones navideñas en el Caribe – que no es una película de serie Z del Torrente.

Los carteles publicitarios son algo que me genera distancia, tú estás inmerso en un mundo y ellos representan otro. Si, hasta aquí, nada raro, es cierto. La publicitad, imagino, sirve para eso: hacerte desear un sustituto de realidad. Y eso pasa en cualquier sitio. Pero en Italia no lo notaba porque los modelos de personas referencia de belleza son algo que estaba acostumbrada a ver en la televisión, por la calle en Milán y en las películas. Son algo de conocido, aunque no siempre percibido como algo real o realístico. Belén Rodríguez podemos ser muchas, con un masajista, un maquillador, un peluquero y el tiempo de dedicarnos a gimnasio y cura del cuerpo. Pero lo que me sorprende de las referencias de los cánones de belleza aquí en Guatemala no es que no sean realísticos, lo son, eso sí, las personas representadas en los carteles son personas mediamente “normales” – da entender como personas que reflejan realidad y no una belleza de cirugía – pero no tienen conexión con la realidad porque no tienen nada a que ver con los rasgos en los cuales estoy inmersa. Cierto es también que no toda la población de Guatemala es maya, pero si la mayoría, es como si en Italia la mayoría de las imagines que aparecen en publicitad fuesen mujeres rubias con ojos azules y hombres pelirrojos. Para ser más precisa, según el Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo de 2005, la población indígena y garífuna representa el 66% del total, mientras el restante 44% se divide entre ladinos y europeos. Ese 66% se divide en 21 pueblos de origines maya y un pueblo xinca y estás reconocidos oficialmente 21 idiomas maya, un garífuna y un xinca, el 60% de la población también habla castellano. El pueblo garífuna está compuesto por descendientes de esclavos africanos, sobre todo procedentes de Nigeria, que naufragaron al largo de las costas de la Isla de San Vicente, en el Mar del Caribe, o esto es lo que dice la versión más acreditada sobre sus origines. Hoy el pueblo garífuna, conocido también como garinagu, indios negros o caribes negros, se distribuye mayormente en el golfo de Honduras y en particular en el sur de Belize, en la costa atlántica de Guatemala – alrededores de Livingston - , en la isla de Roatán, que pertenece a Honduras, y en Nicaragua así como en varias ciudades de los Estados. El pueblo xinca es un pueblo guatemalteco casi desaparecido y es el único pueblo amerindio que no desciende de los mayas, actualmente se conocen solo un centenar de personas que hablen xinca. Lástima que no haya podido acompañar ese mío estupor con algunas fotos representativas, intentaré actualizar el post sucesivamente.

Los trabajos inútiles son la otra cuestión que me genera curiosidad; empezando por el hecho que un sueldo medio en Guatemala no supera los 1500/2000 quetzales al mes por trabajar a jornada completa, y que sueldos altos no superan los 4000 quetzales, estamos hablando en euro de 181/242 hasta llegar a un máximo de 484, estos sueldos tan bajos son también una de las motivaciones de las perpetuaciones de la dependencia de la mujer de su esposo y de consecuencia de la perpetuación  de la violencia de género y de la dificultad de denunciar, pero en ese momento no persistiré en ese tema.  Volvemos a mi curiosidad: a la salida de Chimaltenango, viniendo de Ciudad de Guatemala, vemos siempre un chico disfrazado con un vestido violeta tipo caballero medieval, cuyo trabajo consiste en “atraer” potenciales clientes para una tienda de artículos en cerámica para la casa. El pobre chavo en cuestión pasa no se precisamente cuantas horas del día intoxicándose con los gases de escape del trafico brutal que se acumula en la que es una de las principales articulaciones entre la capital, el lago de Atitlán y la región de los Altiplanos. Añadiendo que dudo mucho de la eficacia de su tarea de “captador de clientes” nos preguntamos siempre, cuando pasamos por allí, cual sea realmente la necesidad – utilidad de ese trabajo, como miles de otros que ocurre ver en las tiendas, donde hay siempre más personal de lo que realmente sería necesario por llevar la actividad comercial. Ahora, no sé cuanto ese surplus de trabajadores en realidad sea un bien, visto que  por lo menos permite de ganarse el pan, o un mal, porque se trata de trabajos mal pagados y en el límite de la explotación. Cuestiones irresueltas que iré profundizando.

Las camionetas quedan como el gran espantajo y al mismo tiempo un viaje de montañas rusas sobre las costillas de este fascinante y misterioso país.

mercoledì 3 febbraio 2016

Sopravvissuta all'Acatenango

Il 29 gennaio sono partita da Nebaj per l’ennesima avventura in Guatemaya.

Microbus fino a Quiché, sbrigare una questione di lavoro sempre a Quiché, e poi camioneta per Guate. Punto di incontro il magico regno del Walmart, un ipermercato, struttura che, vivendo a Nebaj, ti dimentichi che esista, così che ogni volta che entriamo in uno, e questo è davvero enorme, è come vedere per la prima volta l’Eldorado, anche se poi ti rendi conto che è solo l’ansia del consumo che parla. Comunque io e le ragazze del Quiché, le mie due compagne di avventura, Lavinia e Valeria, abbiamo fatto scorte di viveri per la scalata, ci siamo concesse salame spagnolo e cioccolato guatemalteco (di quello buono), che a Nebaj non si trova. Poi a dormire a Guatemala city, anche se le chiacchiere ci hanno portato ad andare a letto troppo tardi considerando l’ora della sveglia. 5 am pronti partenza e via per l’incontro con il mitico viaggio organizzato della Tito Adventures, compagni di viaggio 100 chapines della capitale; io, le ragazze e un loro amico inglese, Jake, eravamo gli unici gringos. Come sempre i tempi chapini vanno per le lunghe e nonostante l’appuntamento fosse alle 6 la partenza è stata intorno alle 8 con tre camionetas piene di persone assonnate e affamate. Ci hanno fornito la prima colazione, saggiamente Valeria mi ha detto: “non chiederti cosa c’è dentro e mangia, che abbiam bisogno di calorie”, e così ho fatto, ma sospetto che all’interno del panino che ho ingollato ci fosse una tavoletta intera di burro, senape e del prosciutto. Alle 10 del mattino abbiamo cominciato la scalata, sono arrivata al campo base alle 17,20, una ora e mezzo dopo le ragazze che sono delle provette scalatrici evidentemente, ma in seguito ho dato il mio meglio nella discesa, portata a termine in tre ore di ruzzolamenti vari, uno dei quali mi ha procurato delle ferite di guerra, di cui addirittura una sul collo visto che sono caduta a pelle d’orso giusto addosso ad un ramo di milpa.

Dunque, l’Acatenango si trova nelle vicinanze di Antigua ma fa parte del comune di Chimaltenango, si comincia la scalata nella aldea della Soledad, miglior nome non si poteva darle; la cima si trova a 3880 mslm. L’Acatenango si trova unito al vulcano del Fuego sul quale non si può al momento salire perché erutta in continuazione ed è un’altra cima spettacolare, molto più appuntita dell’Acatenango.

La scalata è stata un’esperienza incredibile, quasi in solitaria anche se chiacchierando, nelle pause e fiato permettendo, con tutti i compagni del mio gruppo. Tito, la nostra incredibile guida, un chapín alto un metro e 80 (cosa fuori dal comune) ci disse che il corpo si abitua al ritmo della scalata nella prima mezz’ora, che è indubbiamente una prova del corpo e della mente. E’ verissimo ciò che si dice delle camminate al limite, come questa lo è stata per me: il 90% lo fa la mente e il 10% il corpo. So che dopo il Cammino della Plata dovrei essere un’esperta di questa filosofia, ma questa prova è stata davvero difficile per me che in salita non do il mio meglio. E’ una continua lotta con se stessi, vuoi abbandonare ad ogni passo ma poi pensi a cosa ti aspetta in cima, a cosa proverai stando più in alto delle nuvole, a cosa vedranno i tuoi occhi, al tramonto e all’alba su uno dei tetti del mondo, e questo, insieme all’ironia, ti porta avanti, le gambe reggono, la schiena anche. La verità è che siamo state impeccabili nell’organizzazione, vestiti ridotti al minimo (anche troppo visto il gelo della notte), 4 litri d’acqua, una colazione, due pranzi e una cena tra panini, pasta fredda, snack, cioccolato e caramelle.

Al campo base abbiamo fatto amicizia con una delle guide, Manolo, e dei ragazzi della capitale di vent’anni che abbiamo preso a cuore come zie e con i quali abbiamo condiviso due risate intorno al fuoco. Appena cala il sole il freddo è intenso e la respirazione si fa difficile di notte, nella leggera tenda che abbiamo affitato non ho potuto chiudere occhio, il cuore mi bombardava il petto e ho avuto paura di non svegliarmi al mattino, ansie e pensieri ti assalgono quando realizzi dove sei. E manca ancora la cima.

Il tramonto è stato nuvoloso ma rosso come se stesse andando tutto a fuoco, mi sono coricata alle 20,30 dopo aver cenato ed essermi riscaldata davanti al fuoco, il sacco a pelo non bastava per proteggersi dal freddo, mi separava dal suolo un materassino sottile, non trovavo una posizione, mi mancava l’aria. La sensazione è stata quella di non aver dormito affatto, il giorno seguente, durante la discesa, una guida chapina mi ha detto che è normale non dormire, che nemmeno loro che salgono e scendono ogni settimana riescono mai a farlo, ma il corpo riposa. Alle 4 del mattino Tito ci chiama a raccolta per l’ultima fatica e la grande ricompensa: la cima. Si esce dalla tenda vestiti come si è andati a dormire e si comincia a salire al buio l’impervia parte finale, scivolosa nel primo tratto per la sabbia e i sassolini e faticosa nell’ultimo pezzo per i massi da superare; tre quarti d’ora circa di scalata. Si arriva in cima, ancora al buio, il sole sorge verso le 6; l’alba comincia con una sottile striscia rossa, di fronte a noi la sagoma del Volcán de Agua si staglia su questo sfondo che comincia a infiammarsi, si illumina il cielo, si scorge il letto di nuvole, e solo alla fine la palla infuocata del sole comincia a sbucare da dietro il Volcán de Agua e si fa giorno. Ad Ovest il gruppo di vulcani del lago Atitlán immersi nelle nuvole è un’altra immagine che ricorderò sempre, insieme alla nebbia che sale dalle pendici e ti immerge, quando un momento prima c’era il sole, ti avvolge e cambia forma, va rapida e vola via, verso la cima. E’ uno spettacolo talmente incredibile che pensi a quanto sei fortunato ad essere tra coloro che possono dire di averlo visto, non riesci a crederci, rimane come un sogno e la discesa si fa con una leggerezza incredibile, liberi da pesi e preoccupazioni. Sono stata sul mio tetto del mondo, ora posso scalare l’Everest, mi sono detta. E’ un’esperienza che ti fa prendere coscienza di te, dei tuoi limiti e delle tue possibilità, delle possibilità che non pensavi di avere, della fortuna di essere vivi, di essere al mondo, di essere curiosi e di essere liberi, anche solo per quel momento in cui il cielo prende fuoco e tu senti di avere un posto nel mondo che è lì e in quel momento, e questo basta. Probabilmente qualcuno vede Dio.


Ovviamente ora sono piena di dolori, ieri sono stata in coma e mi servirà una settimana per riprendermi, ma è un piccolo prezzo per il tetto del mondo.