Tre eroi ha questa storia: JJ, altrimenti detto Juanjito,
altrimenti detto JotaJota, da Valencia con furore, naturalizzato italiano con
il nome di Giovanni Giuseppe; Joana, da Valencia con ardore, altrimenti detta
Gioana, naturalizzata italiana con il nome di Giovanna e Clelia, altrimenti
detta con tutti i nomi meno che il suo che non sembra avere appiglio sulla
popolazione chapina. Vigilia a Nebaj, cena di pollo in casa e faló con
cerimonia maya autogestita; Natale a Nebaj, disperati italo-spagnoli in cerca
di un ristorante aperto per pranzo, i loro preferiti – Popis, Descanso e
Palmarcito – chiusi, i nostri prodi finiscono in una bettola verso il cimitero
con un elefante fatto di pneumatici all’esterno, Natale all’insegna di
hamburger scadente e telenovelas, siesta. Per non farsi mancare niente altro
faló e cerimonia autogestita. Week end post natalizio dimenticabile, tant’è che
i nostri eroi non ricordano cosa fecero. Finalmente, 28 Dicembre, partenza
verso lidi più soleggiati. Sveglia H4,00 del mattino. La nostra prode Giovanna
non sembra risorgere dagli effluvi della sonnolenza – tutto nel’ordine
quotidiano delle cose - il prode Juanjo la abbandona alla sua sorte e la povera
Clelia spera nella buona sorte e prepara il caffè senza mettere l’acqua. I
nostri prodi escono correndo senza il caffè del buongiorno. Direzione
benzinaio, camioneta per Cobán, 7 ore e chiappe piatte. I tre dell’ave maria
arrivano a Cobán , si salutano al volo – perché in Guatemala tutto va lento
meno le camionetas – primo bivio: Joana verso Semuc Champey, i prodi Juanjo e
Cleila, altrimenti anche detta la tigre de Nebaj, verso Flores – Tikal, dove la
tigre vorrebbe tanto dormire la notte stessa per vedere lo spettacolo dell’alba
a Tikal da un’amaca (nei suoi più rosei sogni).
Della nostra eroina Joana non si seppe più nulla per i seguenti due
giorni a venire, tanto che i prodi Juanjo e Cleila la dettero per rapita,
caduta in burrone, affogata nel fiume, o più semplicemente si pensa che avesse
perso il telefono come di consuetudine. I nostri prodi Juanjo e la tigre
arrivano a Flores e si trascinano a piedi a Santa Elena, all’ostello Aurora,
dopo innumerevoli cambi di micro. Niente Tikal, ma la tigre non perde le
speranze, e per prima cosa dopo la doccia e il riposo, parte alla ricerca di
cacciagione, che a panza piena si ragiona meglio. Trova un posticino carino,
offerta del giorno: 2 piatti di pasta alla bolognese al prezzo di uno. Ci si
aggiunge una bella bruschetta e parmigiano a volontà. Tutto buono da leccarsi i
baffi, comincia a piovere, la tigre rimane convinta che il cuoco fosse
italiano, come sempre quando mangia bene.
I nostri due partono in ciabatte all’esplorazione notturna del luogo,
tornano con i piedi bagnati dopo aver guadato una strada alluvionata. Alla
tigre non può venire in mente niente di meglio che prenotare uno shuttle alle 4
di mattina che porti i nostri prodi a Tikal, ancora speranzosa di vedere
l’alba. Ovviamente lo shuttle arriva alle 5,30 e i nostri prodi, l’alba, se la
perdono. In ogni caso alle 7 di mattina, quando cominciano l’esplorazione del
parco, di gente ce n’è poca e diciamo che si possono considerare soddisfatti,
chi si accontenta gode. I nostri prodi vincono contro una comitiva di 100
giapponesi a suon di scatti di reflex. Tatatatta. Sotto alla piramide più alta
incontrano una sessantenne rampante, la rinominata tigre der Chiapas, che gira
il Messico all’insegna dello yoga ed è venuta in visita a Tikal per raccogliere
le energie di tutti quanti i 7 chakra. Shuttle di ritorno alle h 3,00 p.m.
verso el Remate, paradisiaco luogo di raccoglimento meditativo. I nostri eroi
battono tutti e due i km di estensione del villaggio, andata e ritorno, in
cerca di un hostal con acqua calda e internet, due lussi non concessi, tanto
che si sentono ridere in faccia da una chapina che dice: “Acqua calda? Ma se
siamo ai Caraibi?”. Potessi farvi vedere le facce dei nostri poveri eroi, che
più che eroi ormai sono l’ombra di se stessi, non c’è chakra che tenga.
Ritornano al punto di partenza, un hostal senza acqua calda ma con, seppur
precaria, connessione internet. La tigre rompe le palle a JJ finché non lo
convince ad andare a cenare pizza da un italiano espatriato da 17 anni in
questo remoto seppur meditativo e paradisiaco angolo di mondo, e poi alla tigre
viene in mente, visto che il sonno è superfluo, di prenotare uno shuttle per il
Belize alle 7 della mattina successiva, con la garanzia che non sarebbe mai
arrivato alle 7. Così i nostri prodi alla mattina seguente si concedono una
ricca colazione a bordo lago e la stanno degustando cuando la seño dell’hostal
corre in strada a chiamarli perché lo shuttle per Belize City è arrivato,
contro ogni previsione, puntuale. La tigre acchiappa al volo la fetta di pane
tostato con nutella come se da essa dipendesse la sopravvivenza di tutta la
specie umana e tragugia il caffè. Seduti sullo shuttle. Frontiera. Giù dallo
shuttle, coda, visto di uscita, a piedi fino alla barriera del Belize, coda,
sole, umidità, caldazza, coda, visto di entrata, di nuovo sullo shuttle..
zzzzz. Belize City, caldo, molto caldo. Non come a Nebaj York che fa freddo,
molto freddo, l’umidità li schiaccia ma i nostri prodi sono dei duri veri e vanno
a piedi sfidando la canicola fino alla stazione degli autobus perché la loro
meta di oggi, 30 di Dicembre, è Hopkins dove si rincontreranno con Joana, se la
nostra eroina è ancora viva, ancora non è dato saperlo e con Miguel, un altro
valenciano in Guatemaya. Punto di ritrovo Funky Dodo Hostel. Ma qui finisce la
prima parte del resoconto di viaggio dei nostri prodi, per sapere se la vita
della nostra eroina Joana è a salvo, rimanete con noi nella parte II,
altrimenti detta: la terra dei garifuna.
domenica 21 febbraio 2016
Vacanze di Natale in breve – parte I (Guatemaya)
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Ubicazione:
Dipartimento di Petén, Guatemala
Cuestiones curiosas
Hay tres cosas
que no dejan de sorprenderme en este país: la primera entre todas son los
carteles publicitarios, después siguen los trabajos inútiles, y al final los
viajes en camioneta, de los cuales ya hablé abundantemente yo creo, pero que
retomaré detalladamente más adelante en un
sucesivo post sobre las vacaciones navideñas en el Caribe – que no es
una película de serie Z del Torrente.
Los carteles
publicitarios son algo que me genera distancia, tú estás inmerso en un mundo y
ellos representan otro. Si, hasta aquí, nada raro, es cierto. La publicitad,
imagino, sirve para eso: hacerte desear un sustituto de realidad. Y eso pasa en
cualquier sitio. Pero en Italia no lo notaba porque los modelos de personas
referencia de belleza son algo que estaba acostumbrada a ver en la televisión,
por la calle en Milán y en las películas. Son algo de conocido, aunque no
siempre percibido como algo real o realístico. Belén Rodríguez podemos ser
muchas, con un masajista, un maquillador, un peluquero y el tiempo de
dedicarnos a gimnasio y cura del cuerpo. Pero lo que me sorprende de las
referencias de los cánones de belleza aquí en Guatemala no es que no sean
realísticos, lo son, eso sí, las personas representadas en los carteles son
personas mediamente “normales” – da entender como personas que reflejan
realidad y no una belleza de cirugía – pero no tienen conexión con la realidad
porque no tienen nada a que ver con los rasgos en los cuales estoy inmersa. Cierto
es también que no toda la población de Guatemala es maya, pero si la mayoría,
es como si en Italia la mayoría de las imagines que aparecen en publicitad
fuesen mujeres rubias con ojos azules y hombres pelirrojos. Para ser más
precisa, según el Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo de 2005,
la población indígena y garífuna representa el 66% del total, mientras el
restante 44% se divide entre ladinos y europeos. Ese 66% se divide en 21
pueblos de origines maya y un pueblo xinca y estás reconocidos oficialmente 21
idiomas maya, un garífuna y un xinca, el 60% de la población también habla
castellano. El pueblo garífuna está compuesto por descendientes de esclavos
africanos, sobre todo procedentes de Nigeria, que naufragaron al largo de las
costas de la Isla de San Vicente, en el Mar del Caribe, o esto es lo que dice
la versión más acreditada sobre sus origines. Hoy el pueblo garífuna, conocido
también como garinagu, indios negros o caribes negros, se distribuye mayormente
en el golfo de Honduras y en particular en el sur de Belize, en la costa
atlántica de Guatemala – alrededores de Livingston - , en la isla de Roatán,
que pertenece a Honduras, y en Nicaragua así como en varias ciudades de los
Estados. El pueblo xinca es un pueblo guatemalteco casi desaparecido y es el
único pueblo amerindio que no desciende de los mayas, actualmente se conocen
solo un centenar de personas que hablen xinca. Lástima que no haya podido
acompañar ese mío estupor con algunas fotos representativas, intentaré
actualizar el post sucesivamente.
Los trabajos
inútiles son la otra cuestión que me genera curiosidad; empezando por el hecho
que un sueldo medio en Guatemala no supera los 1500/2000 quetzales al mes por
trabajar a jornada completa, y que sueldos altos no superan los 4000 quetzales,
estamos hablando en euro de 181/242 hasta llegar a un máximo de 484, estos
sueldos tan bajos son también una de las motivaciones de las perpetuaciones de
la dependencia de la mujer de su esposo y de consecuencia de la
perpetuación de la violencia de género y
de la dificultad de denunciar, pero en ese momento no persistiré en ese
tema. Volvemos a mi curiosidad: a la
salida de Chimaltenango, viniendo de Ciudad de Guatemala, vemos siempre un
chico disfrazado con un vestido violeta tipo caballero medieval, cuyo trabajo
consiste en “atraer” potenciales clientes para una tienda de artículos en cerámica
para la casa. El pobre chavo en cuestión pasa no se precisamente cuantas horas
del día intoxicándose con los gases de escape del trafico brutal que se acumula
en la que es una de las principales articulaciones entre la capital, el lago de
Atitlán y la región de los Altiplanos. Añadiendo que dudo mucho de la eficacia
de su tarea de “captador de clientes” nos preguntamos siempre, cuando pasamos
por allí, cual sea realmente la necesidad – utilidad de ese trabajo, como miles
de otros que ocurre ver en las tiendas, donde hay siempre más personal de lo
que realmente sería necesario por llevar la actividad comercial. Ahora, no sé
cuanto ese surplus de trabajadores en realidad sea un bien, visto que por lo menos permite de ganarse el pan, o un
mal, porque se trata de trabajos mal pagados y en el límite de la explotación.
Cuestiones irresueltas que iré profundizando.
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mercoledì 3 febbraio 2016
Sopravvissuta all'Acatenango
Il 29 gennaio sono partita da Nebaj per l’ennesima avventura
in Guatemaya.
Microbus fino a Quiché, sbrigare una questione di lavoro
sempre a Quiché, e poi camioneta per Guate. Punto di incontro il magico regno
del Walmart, un ipermercato, struttura che, vivendo a Nebaj, ti dimentichi che
esista, così che ogni volta che entriamo in uno, e questo è davvero enorme, è
come vedere per la prima volta l’Eldorado, anche se poi ti rendi conto che è
solo l’ansia del consumo che parla. Comunque io e le ragazze del Quiché, le mie
due compagne di avventura, Lavinia e Valeria, abbiamo fatto scorte di viveri
per la scalata, ci siamo concesse salame spagnolo e cioccolato guatemalteco (di
quello buono), che a Nebaj non si trova. Poi a dormire a Guatemala city, anche
se le chiacchiere ci hanno portato ad andare a letto troppo tardi considerando
l’ora della sveglia. 5 am pronti partenza e via per l’incontro con il mitico
viaggio organizzato della Tito Adventures, compagni di viaggio 100 chapines della
capitale; io, le ragazze e un loro amico inglese, Jake, eravamo gli unici
gringos. Come sempre i tempi chapini vanno per le lunghe e nonostante
l’appuntamento fosse alle 6 la partenza è stata intorno alle 8 con tre
camionetas piene di persone assonnate e affamate. Ci hanno fornito la prima
colazione, saggiamente Valeria mi ha detto: “non chiederti cosa c’è dentro e
mangia, che abbiam bisogno di calorie”, e così ho fatto, ma sospetto che
all’interno del panino che ho ingollato ci fosse una tavoletta intera di burro,
senape e del prosciutto. Alle 10 del mattino abbiamo cominciato la scalata,
sono arrivata al campo base alle 17,20, una ora e mezzo dopo le ragazze che
sono delle provette scalatrici evidentemente, ma in seguito ho dato il mio
meglio nella discesa, portata a termine in tre ore di ruzzolamenti vari, uno
dei quali mi ha procurato delle ferite di guerra, di cui addirittura una sul
collo visto che sono caduta a pelle d’orso giusto addosso ad un ramo di milpa.
Dunque, l’Acatenango si trova nelle vicinanze di Antigua ma
fa parte del comune di Chimaltenango, si comincia la scalata nella aldea della
Soledad, miglior nome non si poteva darle; la cima si trova a 3880 mslm.
L’Acatenango si trova unito al vulcano del Fuego sul quale non si può al
momento salire perché erutta in continuazione ed è un’altra cima spettacolare,
molto più appuntita dell’Acatenango.
La scalata è stata un’esperienza incredibile, quasi in
solitaria anche se chiacchierando, nelle pause e fiato permettendo, con tutti i
compagni del mio gruppo. Tito, la nostra incredibile guida, un chapín alto un
metro e 80 (cosa fuori dal comune) ci disse che il corpo si abitua al ritmo
della scalata nella prima mezz’ora, che è indubbiamente una prova del corpo e
della mente. E’ verissimo ciò che si dice delle camminate al limite, come
questa lo è stata per me: il 90% lo fa la mente e il 10% il corpo. So che dopo
il Cammino della Plata dovrei essere un’esperta di questa filosofia, ma questa
prova è stata davvero difficile per me che in salita non do il mio meglio. E’
una continua lotta con se stessi, vuoi abbandonare ad ogni passo ma poi pensi a
cosa ti aspetta in cima, a cosa proverai stando più in alto delle nuvole, a
cosa vedranno i tuoi occhi, al tramonto e all’alba su uno dei tetti del mondo,
e questo, insieme all’ironia, ti porta avanti, le gambe reggono, la schiena
anche. La verità è che siamo state impeccabili nell’organizzazione, vestiti
ridotti al minimo (anche troppo visto il gelo della notte), 4 litri d’acqua,
una colazione, due pranzi e una cena tra panini, pasta fredda, snack,
cioccolato e caramelle.
Al campo base abbiamo fatto amicizia con una delle guide,
Manolo, e dei ragazzi della capitale di vent’anni che abbiamo preso a cuore
come zie e con i quali abbiamo condiviso due risate intorno al fuoco. Appena
cala il sole il freddo è intenso e la respirazione si fa difficile di notte,
nella leggera tenda che abbiamo affitato non ho potuto chiudere occhio, il
cuore mi bombardava il petto e ho avuto paura di non svegliarmi al mattino,
ansie e pensieri ti assalgono quando realizzi dove sei. E manca ancora la cima.
Il tramonto è stato nuvoloso ma rosso come se stesse andando
tutto a fuoco, mi sono coricata alle 20,30 dopo aver cenato ed essermi
riscaldata davanti al fuoco, il sacco a pelo non bastava per proteggersi dal
freddo, mi separava dal suolo un materassino sottile, non trovavo una
posizione, mi mancava l’aria. La sensazione è stata quella di non aver dormito
affatto, il giorno seguente, durante la discesa, una guida chapina mi ha detto
che è normale non dormire, che nemmeno loro che salgono e scendono ogni settimana
riescono mai a farlo, ma il corpo riposa. Alle 4 del mattino Tito ci chiama a
raccolta per l’ultima fatica e la grande ricompensa: la cima. Si esce dalla
tenda vestiti come si è andati a dormire e si comincia a salire al buio
l’impervia parte finale, scivolosa nel primo tratto per la sabbia e i sassolini
e faticosa nell’ultimo pezzo per i massi da superare; tre quarti d’ora circa di
scalata. Si arriva in cima, ancora al buio, il sole sorge verso le 6; l’alba
comincia con una sottile striscia rossa, di fronte a noi la sagoma del Volcán
de Agua si staglia su questo sfondo che comincia a infiammarsi, si illumina il
cielo, si scorge il letto di nuvole, e solo alla fine la palla infuocata del
sole comincia a sbucare da dietro il Volcán de Agua e si fa giorno. Ad Ovest il
gruppo di vulcani del lago Atitlán immersi nelle nuvole è un’altra immagine che
ricorderò sempre, insieme alla nebbia che sale dalle pendici e ti immerge,
quando un momento prima c’era il sole, ti avvolge e cambia forma, va rapida e
vola via, verso la cima. E’ uno spettacolo talmente incredibile che pensi a
quanto sei fortunato ad essere tra coloro che possono dire di averlo visto, non
riesci a crederci, rimane come un sogno e la discesa si fa con una leggerezza
incredibile, liberi da pesi e preoccupazioni. Sono stata sul mio tetto del
mondo, ora posso scalare l’Everest, mi sono detta. E’ un’esperienza che ti fa
prendere coscienza di te, dei tuoi limiti e delle tue possibilità, delle
possibilità che non pensavi di avere, della fortuna di essere vivi, di essere
al mondo, di essere curiosi e di essere liberi, anche solo per quel momento in
cui il cielo prende fuoco e tu senti di avere un posto nel mondo che è lì e in
quel momento, e questo basta. Probabilmente qualcuno vede Dio.
Ovviamente ora sono piena di dolori, ieri sono stata in coma
e mi servirà una settimana per riprendermi, ma è un piccolo prezzo per il tetto
del mondo.
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