Approfitto di questo Natale 2015 atipico per fissare un po’
di ricordi. Sono le 18,46.. comincio ora a farmi ipnotizzare dalla pagina
bianca di word.
Natale atipico dunque. Un giorno come un altro qui a Nebaj,
forse anche un po’ noioso - toglierei il forse. Ma senza sentire nessuna pena.
E’ la seconda volta che sono lontana da casa, lontana dai regali e dai cenoni e
pranzoni e dal calore della famiglia. L’anno scorso era stato difficile, molto
difficile. Stavolta nessuna pena. Mi sono rallegrata dei racconti degli altri e
della loro felicità, io sono serena. Non so bene perché ma non mi è mancato
nulla. Ieri sera ci siamo autogestiti una cerimonia maya bruciando le erbacce
del giardino, prima di mezzanotte ero a letto e Joana mi ha chiamato per vedere
i fuochi artificiali che impazzavano da tutti i lati, così sono uscita in
pigiama sulla soglia di casa e siamo state invitate dai nostri dirimpettai che
ci hanno offerto un punch all’ananas e un enorme tamal (foglie di palma che
avvolgono pastella di mais con salse varie, tipico piatto chapino). Abbiamo
scoperto che uno dei figli o cugini lì presenti era il professore di Ixil (lingua
maya parlata nel triangolo Ixil: Nebaj – Cotzal e Cholajul) dei nostri
predecessori e ho pensato di riprendere la tradizione.
Lo scorso week end io, Joana e Tania siamo partite all’1 del
pomeriggio per il lago di Atitlán. Joana è una ragazza valenciana che arrivò a
Nebaj a fine Giugno tramite una borsa di studio universitaria per lavorare in
un villaggio adiacente a Nebaj, Xemamatzé, in un centro culturale. E’ stata la
mia salvezza perché abbiamo coinciso in varie cose, prima di tutto l’età, anche
se può sembrare una sciocchezza. Tania è un’altra ragazza valenciana, anche lei
con una borsa di studio però in capitale, è venuta a trovarci per visitare Nebaj
e siamo partite tutte insieme.
Il viaggio: la mia prima esperienza a bordo di una
camioneta, o come la chiamano i guiris “Chicken Bus” perché solevano andare
cariche di polli – sono i tipici scuola bus americani che si vedono nei
Simpson, solo che qui sono autobus di linea. Inutile dire che è una totale
follia ma ci si fa l’abitudine, vanno ipercariche di persone e bagagli legati
con corde sul tetto dal secondo guidatore che si arrampica perfino mentre l’autobus
è in movimento. Guidano in maniera pericolosissima e a tutta velocità, lanciate
sui tornanti per attraversare la sierra. Sono viaggi infiniti per percorrere
poche centinaia di chilometri perché le strade sono disseminate di altissimi
dossi che metterebbero fuori gioco un pick up. Le fermate sono ovunque – “voglio
scendere qui” – e si salta letteralmente dall’autobus, tutto è gestito con una
fretta ed un’urgenza angoscianti ma è anche ciò che le rende così divertenti,
oltre che estremamente pericolose, tanto che ho pensato che se sono
sopravvissuta a ben già due viaggi posso sopravvivere alla fine del mondo. Il
tratto Nebaj – Quiché, la capitale di provincia – si percorre in circa due ore,
l’opzione alternativa alle camionetas sono i micro, mezzi di trasporto più
piccoli, tipo furgoncini, ma altrettanto folli anche se a me danno un leggero
senso di sicurezza in più. Prezzi: in micro 25 Quetzales, in camioneta 15. Da
Quiché si prende una camioneta per Los Encuentros, punto di snodo per il lago
di Atitlán, 10 Quetzales. Da Los
Encuentros a Sololá, 2,5 Quetzales e per finire da Sololá a Panajachel, 3
quetzales. Totale di spesa: 25,5/35,5 Quetzales, ovvero 4,25€ per un
viaggio di circa 4 ore se le coincidenze vanno via spedite come nel caso dell’andata.
Panajachel è il porto turistico per eccellenza del lago da
dove si raggiungono tutti gli altri villaggi sulle sue sponde: San Pedro, San
Juan, San Marcos e via dicendo, ognuno con le sue particolarità, ad esempio San
Marcos è noto per essere una comunità hippie, dove si praticano tutte le
discipline di meditazione e dove si va in giro scalzi. Non posso confermare
perché ho toccato solo San Pedro e San Juan. Il lago di Atitlán è un lago
vulcanico circondato da vulcani in attività, è uno dei luoghi più spettacolari
che io abbia visto, tanto da aver pensato che potrei viverci, scalza e felice.
A Pana ci siamo fermate una notte per 40 Quetzales a testa in una stanza
spartana. Il giorno successivo Tania è partita per Guatemala per la sua festa d’addio
visto l’imminente ritorno in Spagna. E io e Joana abbiamo approfittato delle
bancarelle di Pana spenna turisti per spendere e spandere. Dopo la colazione
abbiamo preso una lancha per San Pedro (25 Quetzales – tariffa per stranieri),
un’altra esperienza mortifera e divertente allo stesso tempo; le acque del lago
erano molto agitate a causa del vento che si era alzato quel giorno, siamo
scese dalle montagne russe completamente bagnate da capo a piedi e per prima
cosa ci siamo messe in cerca di un letto per la notte; siamo state intercettate
subito da un signore che ci ha offerto una stanza per 25 Quetzales a persona, l’abbiamo
seguito per le labirintiche viuzze di San Pedro fino ad entrare in una
strettoria chiusa da un canceletto di lamiera, affittava camere in casa sua ed
era davvero molto rustico, abbiamo deciso che le nostre schiene avrebbero
sofferto a dormire su una tavola di legno e le condizioni igieniche erano
davvero precarie, come nella maggior parte delle case private della popolazione
Guatemalteca perché sono praticamente capanne di legno o cemento con i servizi
igienici esterni. Siamo andate in cerca di un hostal economico consigliato
dalla mia guida, el Peneleu, e abbiamo contrattato una camera per 25 Quetzales
a testa con bagno interno e doccia calda – le docce sono un altro punto
dolente, al quale bisogna abituarsi, ma non mi ci soffermo ora.
Panajachel è una città molto turistica e con un grado di
occidentalità tra i più elevati del paese, da quello che ho potuto capire; c’è
a chi piace e a chi no, chi è in cerca dell’autenticità (che per deformazione
antropologica io non amo utilizzare come definizione) non l’apprezza; io l’ho
trovata un buon compromesso tra la cultura e i colori guatemaltechi e le mie
innegabili esigenze da occidentale, che ho capito essere esigenze fittizie, ma
ho comunque preso coscienza della mia occidentalità e non posso cambiare questo
aspetto di me, sono nata nella parte del mondo che si mangia da sola le risorse
di tutti gli altri e nonostante la lotta interna e i tentativi di condurre uno
stile di vita non eccessivamente consumistico, non posso cambiare il fatto che
è un marchio che mi porto addosso.
La domenica mattina siamo andate da San Pedro a San Juan in
tuk tuk – altro mezzo di trasporto superdiffuso per tratte brevi tra villaggio
e villaggio o interne al villaggio – per visitare un centro culturale dove
svolgono Servizio Civile altre due ragazze italiane, e a mezzogiorno siamo
saltate sulla camioneta diretta a Guate, spesa: 35 Quetzales.
Il ritorno da Città del Guatemala a Nebaj è stato
distruttivo, 7 ore di viaggio tra camioneta e micro, schiacciate e sballottate
in spazi troppo angusti. Ed ora ci aspettano le vacanze in Belize, Caraibi! L’altro
giorno pensavo che quando ancora vivevo a Pamplona avevo adibito un quaderno
alle liste: liste di cose da fare giornalmente, liste di cose da fare entro la
fine dell’anno, liste di obiettivi e sogni nel cassetto e via dicendo. In una
di queste liste di obiettivi per il 2016 c’era: andare finalmente in America
Latina, il destino mi ci ha portato e ha realizzato il sogno di una vita da che
ho memoria.
Auguro a tutti delle Buone Feste e un Felice Anno Nuovo.
